Cibo sano, meno frane e alluvioni: queste sono le caratteristiche dei campi biodinamici, vera e propria ‘infrastruttura leggera’ contro il dissesto.

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Passare all’agricoltura biodinamica per gestire il dissesto idrogeologico. È una delle conclusioni scaturite dal convegno internazionale “Oltre Expo: alleanze per nutrire il pianeta” organizzato dall’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica all’Università Bocconi di Milano.

Nel corso dei lavori si è tentato di approfondire le particolarità di un sistema agricolo che affonda le sue radici nel pensiero di Rudolf Steiner, filosofo austriaco vissuto nel primo Novecento. Steiner ha aperto nuove vie nel campo della medicina, della pedagogia, dell’arte, dell’architettura, della filosofia e anche dell’agricoltura. Il metodo biodinamico è infatti basato su un rapporto terra-uomo che riscopre i cicli lunari e indaga profondamente il funzionamento degli ecosistemi. È una delle tante applicazioni pratiche della scienza dello spirito (antroposofia), che in agricoltura suggerisce un abbandono della produzione industriale basata su pesticidi e concimi chimici e si spinge ben oltre il biologico in quanto ad attenzioni per il suolo e il prodotto.

Uno studio dell’Istituto Elvetico Fibl condotto per ben ventun anni su un confronto tra agricoltura chimica industriale, sistema a lotta integrata, biologico e biodinamico, ha fornito un quadro da cui emerge che le caratteristiche della biodinamica vanno ben oltre le qualità dei prodotti coltivati. I dati evidenziano che il metodo biodinamico è quello che raggiunge le migliori performance di sostenibilità, fertilità e biodiversità. A volte questi dati sono anche doppi rispetto al bio, soprattutto per quel che riguarda la tenuta dei terreni all’erosione.

I terreni coltivati con l’agricoltura biodinamica, rispetto a quelli gestiti con metodi tradizionali, sono più resistenti all’erosione e al rischio desertificazione fino al 60%. Non solo: reagiscono meglio ai mutamenti climatici perché più forti ed efficienti, tutelano la biodiversità, preservano e consumano meno risorse idriche. Si tratta di veri e propri ‘super suoli’ capaci di produrre cibi più sani e più ricchi di proprietà organolettiche che diventano naturalmente più fertili e resistenti. Infatti, ospitando una maggiore varietà di piante e animali e di microorganismi che rendono l’ecosistema più resistente, affrontano meglio le situazioni di disturbo e di stress come le variazioni climatiche.

Inoltre la biodinamica non è solo un modo per coltivare la terra in armonia con l’ambiente, ma sempre più rappresenta una prospettiva concreta per far ripartire l’economia del Paese, per creare nuovi posti di lavoro e per difendere il nostro territorio.

Nel mondo ci sono più di 2 milioni di ettari coltivati in modo biodinamico e certificati, ma sono molto più numerose le aree agricole dove si produce secondo le pratiche agronomiche biodinamiche. L’Italia è al terzo posto (dopo Germania e Francia) tra i Paesi europei per superficie destinata all’agricoltura biodinamica e conta oltre 4.500 aziende che ne applicano le tecniche, tra cui alcune grandi realtà: ad esempio, è coltivata con i metodi biodinamici una delle più grandi aziende biologiche europee, così come la più grande azienda agricola in assoluto del Molise è oggi biodinamica. Più del 50% di quanto raccolto e trasformato in Italia viene esportato in Giappone, Usa e Scandinavia.

Maria Avitabile