canale suezI lavori di raddoppio del canale di Suez stanno spalancando le porte del Mediterraneo a centinaia di specie non-indigene e particolarmente infestanti. L’eco-sistema del “mare nostrum” è fortemente a rischio e, con esso, anche migliaia di attività commerciali legate alla pesca e all’itticoltura.

L’appello, promosso da Bella Galil dell’Istituto oceanografico israeliano e indirizzato al commissario europeo per l’Ambiente Karmenu Vella,  è stato sottoscritto da oltre cinquecento scienziati di 39 Paesi. “Quello che chiediamo è una valutazione d’impatto ambientale trasparente e solida a livello scientifico, seguita da un’analisi del rischio e da misure di controllo e mitigazione” ha affermato la scienziata israeliana . Una dura presa di posizione nei confronti del Governo egiziano che, finora, ha fatto orecchie da mercante, privilegiando il beneficio economico che questa immensa opera infrastrutturale   porterà nelle casse dello stato.

 Enrico Brivio, portavoce del commissario europeo all’ambiente, ha assicurato la massima attenzione di Bruxelles sulla questione ed ha aggiunto che l’Egitto si è impegnato a consegnare una prima relazione tecnica entro il mese di maggio.  Intanto, specie come il Lagocephalus scleratus, il pesce palla argentato, oppure la Rhopilema nomadica, una medusa  particolarmente pericolosa, sono già state avvistate  nel mediterraneo orientale causando danni consistenti per la pesca  e per la salute dei consumatori nell’area compresa tra Turchia, Grecia, Malta e Cipro. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente,  il Canale di Suez è la principale fonte delle specie ‘non indigene’ per il Mediterraneo e si  stimano  oltre 1400 specie marine non autoctone  già presenti nei nostri mari. Un’invasione che rischia di diventare incontrollabile in assenza di misure da parte dei tecnici egiziani.

 

Francesco Licastro