Sprechi alimentari - Andrea Segrè

Sprechi alimentari – Andrea Segrè

Gli sprechi alimentari e, di conseguenza, delle risorse naturali sono un problema serio; la discussione non può più essere rimandata e la soluzione deve essere trovata. La popolazione poco si preoccupa di questo argomento, anche perché poco informata; la maggior parte di noi non sa che: per produrre una bistecca di manzo da 1kg ci vogliono tra i 12.000 e i 15.000 litri d’acqua; il cibo ancora commestibile che ogni anno viene buttato potrebbe sfamare circa 800 milioni di persone; stiamo utilizzando 1,5 volte le capacità naturali del nostro pianeta. Mantenendo questi ritmi, nel 2030, avremmo bisogno di un altro pianeta per mantenere in piedi il sistema di produzione che oggi utilizziamo. Ma le cose potrebbero andare anche peggio, poiché, se la Cina, dall’oggi al domani, decidesse di consumare la stessa quantità di carne pro-capite che viene consumata in Europa, semplicemente non riusciremmo a produrla. Oggi l’obiettivo di tutti dovrebbe essere produrre in maniera sostenibile, rispettando il pianeta e le sue risorse, ci sono talmente tanti sprechi, per non parlare della produzione delle confezioni che contengono gli alimenti, che il nostro sistema non permette nemmeno la rigenerazione di quelle risorse naturali che consideriamo illimitate, come l’acqua potabile ad esempio. La questione è grave e oggi, più che mai, c’è bisogno di accendere i riflettori su questo tema, così come ci ricorda l’EXPO di Milano, il cui mantra è: “il cibo è vita”, e l’enciclica di Papa Francesco, incentrata sulla tutela del creato.

Sprechi alimentari

Sprechi alimentari

Abbiamo chiesto un parere su questa situazione ad Andrea Segrè, docente all’Università di Bologna, autori di vari saggi, consulente di organizzazioni internazionali come FAO e Banca Mondiale, insomma, uno dei massimi esperti italiani in materia:

Quanto è percepito dalla società il problema dello spreco alimentare?

“Il problema dello spreco del cibo è oggi più sentito dai cittadini rispetto a qualche anno fa; un aumento dovuto, probabilmente, alla crisi economica, che porta ad acquistare con maggiore oculatezza, e alle informazioni, che noi addetti ai lavori tentiamo di trasmettere oggi giorno. Per ogni alimento che produciamo ci sono delle risorse naturali ed economiche da utilizzare, e gli sprechi sono facilmente quantificabili, in dollari o in qualsiasi altra valuta, sprechi che danneggiano anche ci produce. Inoltre ci sono le “tracce” che la produzione lascia, dannose per l’ambiente. Quello a cui dobbiamo puntare è una produzione che vada di pari passo alla rigenerazione delle risorse”.

E’ stata avviata un’inversione di tendenza nel senso di una produzione sostenibile?

“Non è stata avviata l’inversione di tendenza, sia per interessi economici, sia perché crediamo ancora che le risorse naturali siano illimitate, oltre a non esserci un accordo globale sul tema, come fatto ad esempio sul clima. La consapevolezza c’è solo dal punto di vista scientifico e i primi ad invertire la tendenza dovremmo essere noi, paesi cosiddetti sviluppati, dando il buon esempio. C’è una responsabilità personale, che tocca ognuno di noi, poiché la routine e la pigrizia ci spingono a non effettuare quelle buone pratiche che, in minima parte, posso aiutare il cambiamento. Ad esempio, spesso sono i figli ad insegnare ai genitori come fare la differenziata”.

Esistono motivi reali per cui si continua a produrre in maniera “insostenibile”?

“Motivi reali per perseverare su questa strada non ci sono, mentre c’è tutto l’interesse ad aiutare l’economia sostenibile. L’educazione ambientale dovrebbe essere insegnata nelle scuole, è da qui che si deve partire per avere un futuro sostenibile, se non c’è educazione non ci sarà mai la cultura della tutela ambientale e la scuola rappresenta il presente, ma soprattutto il futuro. Un altro tassello importante è composto dall’agricoltura biologica, un sistema di produzione che genera più occupazione, dei modelli classici, e che insegna una cultura del cibo diversa. Noto, con piacere, che negli ultimi anni sono aumentati i fruitori di questo genere di prodotti”.

Come crede si evolverà la questione nei prossimi anni? Si può arrivare ad una soluzione?

“Se ci muovessimo nel modo giusto, se riuscissimo ad uscire da queste discussioni sterili, riusciremmo ad avere un reale cambio di direzione. Imprescindibile è la ricerca, prevalentemente pubblica. La ricerca che serve a portare benefici alla società, senza distinzioni, ci vuole più attenzione per il benessere collettivo. Nel biologico e nelle biotecnologie siamo riusciti ad avere risultati strabilianti, ma si deve fare di più. Gli incentivi per la ricerca agroalimentare, in Italia, sono praticamente inesistenti, in un momento storico in cui questo settore chiede riscatto, a voce alta, poiché sempre più pilastro dell’economia del futuro”.

Stefano Gattordo